In nome del dio computer

23/08/2009 - Giorgio Pisano - L'Unione Sarda
Fabio Roli: intelligenza artificiale e nuove schiavitù. Per il momento le macchine giocano a scacchi coi campioni del mondo, fanno cruciverba destinati ai solutori più smaliziati, concludono in pochi minuti operazioni aritmetiche che all'uomo porterebbero via mesi.
Entrata sommessamente nelle nostre case con la televisione (il frigo era solo un volgare elettrodomestico), la civiltà delle macchine si sta allargando come un blob, schiuma densa e incolore che s'infila nelle pieghe più remote della nostra esistenza. Appena riuscirà a inventarsi un'anima finiremo d'essere i padroni del mondo.
Le prove generali di questa rivoluzione mandano segnali evidenti: la giornata digitale, come la chiamano i tecnici, è di 36 ore e non di 24 come quella reale. Vuol dire che, grazie alle macchine, siamo in grado di fare in un giorno quello che senza richiederebbe almeno dodici ore in più. Secondo stime attendibili, la giornata digitale dovrebbe arrivare a 48 ore entro il 2013. Significa che in quell'istante avremo magicamente raddoppiato il tempo della vita?
«Purtroppo no. Significa solo che le tecnologie avranno espanso il tempo e contratto lo spazio consentendoci di fare in 24 ore una serie di operazioni che ne avrebbe normalmente assorbito 48. Tutto qui».
Tutto qui?
«Le tecnologie ci hanno permesso di ottenere due risultati: accedere in maniera autonoma a molte informazioni e fare, sempre in modo autonomo, tante cose. Un tempo si diceva prima e dopo Cristo. Il nuovo confine è before Google, after Google : ossia prima e dopo Google, principale motore di ricerca della Rete».
Ricerca di cosa?
«Miliardi di informazioni in tempo reale. Per capirci: oggi posso consultare l'orario di treni e aerei senza dover telefonare in stazione. Non solo: ho anche la possibilità di prenotare un treno o un aereo senza l'intermediazione di nessuno. Dunque sto risparmiando tempo e accorciando, anzi azzerando, la distanza che mi separa dalla stazione ferroviaria o dall'aeroporto».
Siamo sicuri che serva davvero quest'accelerata alla nostra vita?
«Il progresso è sempre positivo. Le tecnologie non sono né buone né cattive. Il problema è l'uso che se ne fa».
 
Fabio Roli, genovese di 46 anni e tre figli, è ordinario di Calcolatori elettronici nella facoltà di Ingegneria all'università di Cagliari. Tasmanian scuro e cravatta a dispetto della temperatura tropicale, fa pensare a un manager in ascesa rapida. Appena rientrato dalla Cina dove ha svolto un ciclo di lezioni sulla intelligenza artificiale, vive più o meno immerso nello studio, assediato in via permanente da libri e riviste che aspettano una lettura. Ha fatto parte del progetto Finmeccanica che ha installato sul lampeggiante delle Gazzelle l'obiettivo di una telecamera in grado di leggere le targhe delle auto in un raggio di 180 gradi, riferirne i numeri alla Centrale e, in caso sospetto, segnalare subito la cosa alla pattuglia. «Ecco, questa è una di quelle volte in cui le macchine fanno meglio dell'uomo: più rapide e più efficienti».
 
Fin dove arriveranno?
«Nessuno può dirlo. Il fine ultimo di un fenomeno è questione che riguarda i filosofi, non gli informatici».
Nel senso che voi tirate dritti e basta?
«Questo mai. Ma il vero problema che ci poniamo oggi è un altro: capire quale sia l'impatto di una macchina sulla privacy dei singoli».
Coi suoi figli come si regola?
«Passo molto tempo con loro. La più grande ha undici anni, il più piccolo quattro. In casa non abbiamo la connessione a internet. Non perché ci veda dei rischi, preferisco tuttavia che imparino a utilizzare altri strumenti (i libri, ad esempio) prima della Rete. La Rete è informazione, i libri conoscenza».
Le macchine hanno fatto strage di posti di lavoro.
«Il luddismo, ossia l'odio verso le macchine, ha un fondo di razionalità. L'automazione è fatta per sostituire l'uomo e dunque taglia l'occupazione. Noi dobbiamo tuttavia partire da un altro presupposto, non certo quello di distruggere a martellate le macchine quasi fosse una vendetta contro il progresso: le macchine ci servono, dobbiamo semplicemente asservirle».
Intelligenza artificiale: a che punto siamo?
«Abbiamo macchine intelligenti, molto intelligenti, e nessuna certezza che fra dieci anni o un secolo riusciremo a crearne una che abbia coscienza di sé».
Con l'anima, insomma.
«In un certo senso. In un futuro imprecisato è comunque possibile che una macchina faccia emergere un'intelligenza non prevista dai suoi progettisti, cioè una macchina che, elaborando autonomamente le caratteristiche di cui è dotata, riesca a sviluppare una intelligenza propria».
La giornata digitale allunga sul serio la vita?
«Dipende da come la vivi. Il professor Donald Knuth, dell'università di Stanford, autorità mondiale dell'informatica, ha smesso di usare la posta elettronica quindici anni fa comunicando sul suo sito che le e-mail sono uno strumento di chi vuol stare in superficie e che rappresentano di conseguenza una perdita di tempo per chiunque voglia invece approfondire».
Perché?
«Per un aspetto che è insito nelle tecnologie: la velocità abbassa la capacità di concentrazione e crea l'illusione che la conoscenza sia a portata di mouse, in un attimo. Sbagliato».
Grazie all'elettronica però possiamo fare più operazioni contemporaneamente.
«È un fenomeno che si chiama multitasking, detto brutalmente: fare due-tre cose tutt'assieme. Sul lungo periodo, ha pesanti effetti collaterali. Non a caso i top manager hanno la loro quiet-hour: un'ora al giorno in cui sono irreperibili per chiunque e finalmente possono studiare».
Dopo quante ore il cervello va in tecno-overdose?
«Varia da individuo a individuo. Non ci sono studi: anche i presunti danni dalle emissioni elettromagnetiche dei telefonini sono una leggenda senza fondamento scientifico. Se stai incollato al cellulare per ore, al massimo ti riscaldi l'orecchio».
E delle antenne dei ripetitori di telefonia mobile che dice?
«Stesso discorso. Non c'è nulla di dimostrato sul fatto che possano far male. Bisogna valutare il rapporto rischi-benefici tenendo conto che non viviamo più nella preistoria».
Gliene sistemassero una sul tetto di casa, lei?
«Io, niente. Non me ne importerebbe niente».
Dunque, viva la tecnologia no stop.
«L'uso massivo di certe tecnologie, penso ai telefonini o ai pc, educa alla superficialità e allenta la capacità di concentrazione».
È il succo della civiltà delle Veline, professore.
«In parte è così, certo».
Conseguenze sul lungo periodo?
«Nelle persone che utilizzano le tecnologie in modo esasperato può insorgere quella che si chiama ansietà da sovraccarico informativo . È una malattia, se vogliamo chiamarla così, piuttosto nota. Ne soffro io stesso. Vivendo sotto pressione, con tante cose da fare, informazioni da acquisire, messaggi da inviare, nuove rotte su cui navigare, viene la paura di non farcela a reggere tutto questo. Bisognerebbe sviluppare un sistema di autodifesa, convincersi che non è affatto vero che ogni lasciata è persa».
Telefonini che spiano altri telefonini.
«È già roba vecchia. Probabilmente arriveremo presto a un obiettivo profetizzato quindici anni fa: il computer invisibile, strumenti che comunicano tra loro senza che noi ce ne possiamo accorgere. I telefonini, di sicuro, scompariranno».
Non saremo mai più soli, nemmeno in bagno?
«Dipende dal sistema che scegliamo. Vedere senza essere visti è comunque una delle caratteristiche-chiave delle tecnologie che verranno».
Con la tivù digitale morirà l'auditel?
«Beh, non ha più senso. Il sistema digitale consente di registrare ogni singolo cambio di canale degli utenti. La ricerca a campione, tipica dell'auditel, è ormai superata oltre che imprecisa».
Vuol dire che possono sapere, minuto per minuto, cosa stiamo guardando?
«Certo. La tecnologia consente di fare proprio questo».
Pian piano ci monitorizzeranno per 24 ore.
«In parte è già possibile. Il passaggio del controllo da singoli individui a intere masse, a un popolo, ha però costi molto alti. Per ora. Difese? Servono leggi mirate. Siamo noi che dobbiamo decidere cosa vogliamo e cosa non vogliamo».
Il telefonino ha migliorato la qualità della nostra vita?
«Direi di sì. Ha accresciuto la nostra libertà: libertà di comunicare in qualunque momento. Ossia, espandere il tempo e contrarre le distanze».
Il telefonino è però un pony express dell'ansia.
«Senza dubbio, come tante altre invenzioni tecnologiche. Se volete capire in che modo è cambiata la nostra vita andate su You Tube, c'è un bellissimo video intitolato did you know: spiega benissimo cos'è accaduto negli ultimi anni».
Ce lo dica lei.
«Oggi viviamo tempi esponenziali per fare cose che un tempo richiedevano generazioni. I cambiamenti avvengono a una velocità così rapida che fatichiamo a starle dietro. Credo che non stiamo educando bene i nostri figli verso un futuro a cui non siamo peraltro preparati e che, in fondo, conosciamo solo in piccola parte».
Gli sms hanno ucciso il dialogo oltre che la lingua italiana?
«L'hanno resa più superficiale, più immediata. Ne hanno fatto uno spot, un lampo di luce. Gli sms hanno introdotto un gergo che stringe, sintetizza, affida all'immaginazione. Capisco le difficoltà di certi adulti: mi capita di non capire gli sms di mia figlia».
La posta elettronica inaridisce i rapporti?
«Sì se diventa l'unico strumento di relazione con l'esterno. Basta non isolarsi, non aprire tutte le e-mail che ci arrivano, non vivere attaccati alla posta».
Il computer è diventato un totem.
«Il pc può diventare oggetto di culto. Fino a vent'anni fa lo era solo per i cosiddetti tecnocrati, era amato per le sue caratteristiche tecniche. Oggi invece è un oggetto di culto per la massa. È diventato fashion, come si dice: non sono innamorato di lui per quello che sa fare ma per quello che è. Basti pensare all'i-phone, che è al vertice della febbre consumistica. È un simbolo, un segnale di riconoscimento: il marketing ci ha rintronato. E pazienza se poi utilizziamo le sue potenzialità al cinque per cento».
Poi c'è l'ipnosi da videogiochi.
«Si tratta di dipendenza bell'e buona. Niente di diverso da altri tipi di dipendenza. Sta a noi stabilire la linea di demarcazione tra l'uso intelligente della tecnologia e la capacità di non lasciarsi catturare».
Non bastasse, c'è la fuga nella Second Life: mondo virtuale finto, mentre le rate del mutuo sono vere.
«Agli inizi, le tecnologie puntavano ad un'automazione che sostituisse la fatica dell'uomo. Ora offrono anche intrattenimento. Non ci trovo niente di male. Esauriti i nostri doveri di ogni giorno può essere utile e rilassante entrare in una camera di decompressione come il mondo virtuale. La cosa diventa grave solo se Second Life diventa la nostra vita vera, l'unica che riusciamo a reggere perché abbiamo paura di quella che sta fuori dalla finestra».
Grazie alle tecnologie, è possibile scaricare immondizia nel pc altrui.
«È uno dei risvolti della rivoluzione informatica. Viaggiando in un mondo virtuale, mondo dove nessuno ha un volto e un corpo, si conoscono un sacco di persone e questo facilita sicuramente le amicizie ma veniamo anche a contatto con qualcuno che può farci del male. È uno dei prezzi che si rischia di pagare».
Nel frattempo tutti sempre di corsa, sempre più veloci.
«Conosco l'elogio della lentezza scritto da Milan Kundera. Condivido e apprezzo, ma a costo di risultare noioso vorrei ripetere un concetto fondamentale: le tecnologie non sono né buone né cattive. Siamo noi che possiamo trasformarle in strumenti del bene o del male».
Pin del telefonino, password del pc, codice del bancomat: da grandi diventeremo numeri anche noi?
«No. Resteremo uomini grazie allo sviluppo tecnologico. Oggi abbiamo bisogno di tanti codici per consentire alle macchine di identificarci con assoluta precisione. Presto avremo macchine in grado di riconoscerci dall'iride dell'occhio, dal peso delle dita sulla tastiera del computer, da una qualunque caratteristica fisica. E allora avremo finalmente un solo codice. Un uomo, un codice».